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Utente: patriziachelini
Sono nata in un giorno di novembre in una bella città le cui rovine sono spesso baciate dal sole. Amo le domeniche autunnali ma volentieri cedo alle attrattive luminose dell'estate. Mi piace l'alternanza della compagnia e della solitudine. Non sopporto le vie di mezzo, i sentimenti tiepidi, le azioni dettate dalla ricerca del consenso. Cerco, se posso, di evitare gli avari

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venerdì, 06 ottobre 2006

"La certezza di non essere forte mi assalì con violenza in una calda e nebbiosa settimana di aprile. Avevo ceduto, avevo abbandonato il mio scudo ed ero fuggita a gambe levate, come confessa il poeta Alceo. La coscienza della mia vigliaccheria mandò in frantumi l’immagine di me che vedevo riflessa nello specchio, l’immagine che mi ero creata.

La vita aveva svelato il mio bluff e mi aveva lasciato lì con le carte in mano, a pensare a cosa avrei potuto vincere.

La verità era che avevo già vinto tutto, e non sapevo più che desiderare.

La verità era che avevo solo bisogno di un freno, o di una solenne pedata.

La verità, credo, era che avevo un maledetto, disperato desiderio di non prendermi tanto sul serio.

Pensare ad Alceo mi confortava, mi permetteva di ricordare il mio comportamento senza piangere. Dagli studi classici emergevano però altri ricordi, che mi tormentavano. Lasciva est pagina, vita proba, aveva scritto Marziale. Per me era forse il contrario? La penna coraggiosa, ma la vita codarda. E ancora, perfino gli eroi dell’Iliade si mettevano a perseguitarmi. “Cane agli sguardi e cervo al core!”, mi gridava Achille sdegnato.

Così, come era sempre stato, vivevo in mezzo tra la letteratura e la vita, con frequenti contaminazioni tra l’una e l’altra. Solo che in passato questa era stata la mia forza, ora era la mia vergogna.

 

C’è un gusto nella sfida, e c’è un gusto nella rinuncia, pensavo.

Il bello della sfida è la consapevolezza di avere una vita sola, un mucchietto di ossa, carne e pensieri, e di prendere su tutto e buttarlo per strada, buttarlo in mezzo, dove capita, e vedere che fine fa.

Il bello della sfida è dimenticarsi di sé e vedere solo l’obiettivo. Dimenticare i propri ricorrenti mal di testa, i muscoli poco allenati, le timidezze, le paure, le cosce grandi e ingombranti, la claustrofobia, l’amore per la comodità, dimenticare tutto ed essere nuova, vuota.

Come quando devi salire in montagna, e ti fissi una meta, e non pensi ad altro che a raggiungerla, e finché non ci sei non esisti più, non esiste più niente, se non la forza nelle gambe e la certezza di dover camminare.

Come quella volta che ho lasciato indietro la mia atletica amica Lisa, e il suo fascio di ossa e muscoli, e il suo fisico da montanara, l’ho staccata di venti metri per tutta la salita, senza fermarmi mai, per tre ore; e poi l’ho aspettata trionfante e contenta sulla cima, mentre ansimava e mi guardava incredula.

La sera poi, sono piombata col mio corpo pesante e morbido tra le coperte, di sasso, senza la forza di alzare un dito; ma finché c’è una meta, io non mi fermo. Lo stupore di Lisa mi ha rivelato qualcosa di me stessa. C’è del ferro sotto tutta questa carne. Lei non se lo è dimenticato più, e neanche io.

“Posso fare tutto”, mi ripetevo nei momenti di difficoltà. Posso fare tutto, stringevo i denti e camminavo.

Così il gusto della sfida mi ha portato in luoghi dove altri avrebbero avuto paura ad andare, in zone di guerra, per fare interviste difficili, a rischiare una pallottola o una mina, io che ho questo viso da bambola e questi capelli arancioni.

Sono andata ovunque e non ho rinunciato quasi mai, se il lavoro mi convinceva.

Non mi sono buttata di qua e di là e non ho passato la vita sotto le bombe e coi capelli sporchi per il gusto dell’avventura o del successo. Troppo pigra per farlo. O troppo saggia. Ho scelto, questo si, questo no. Mi piacciono troppo le mie lenzuola pulite, la musica della radio che ascolto la mattina bevendo il caffè. Mi piace troppo infilare le scarpe col tacco, e andare per la città facendomi guardare. Ma insomma quello che c’era da fare, l’ho fatto.

Ora sono una firma che conta, una “con le palle”, come dicono i miei colleghi, quando vogliono farmi un complimento.

Ho le palle ma ho anche un bel culo, penso io, mentre mi sento i loro sguardi appiccicati ai pantaloni, e qualcuno me lo farei volentieri, ma coi colleghi no, coi colleghi mai, è la prima regola".

 

Da "Devo andare", Patrizia Liverani, Ed. Traccediverse

postato da: patriziachelini alle ore 09:39 | link | commenti (3)
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postato da: patriziachelini alle ore 09:01 | link | commenti
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